
Non l'ha perdonata, e come potrebbe?
In lei c'è come un'anima dannata.
Quel suo esserci senza esserci.
L'ha tradito, ingannato, umiliato. Gli ha fatto credere di essere parte della scena.
Di un'altra vita, che invece non c'era.
Non l'ha perdonata, ed è quella la sua punizione.
Lei lo sente, quel rancore sottile, quell'ansia nella voce quando lo ascolta, talvolta, che è fiato di animale ferito.
Non c'è tempo che basti, per il perdono.
Le ha negato e le nega la pace, ed è quella la sorte che le ha imposto.
Lo sente di notte. Al buio, nel ricordo. Distrattamente.
Come una gemma di malattia ai lati della bocca.
Lui ha un'altra donna, un'altra vita. Ma il suo rancore germina silenzioso all'ombra delle sere.
Lei lo sa, lo sente.
In quell'assenza di pace, velata dal silenzio, c'è il destino a cui lui l'ha consegnata.
Fiorisce, come un morbo, tutte le volte che pensa a lui, anche di sfuggita.
Ritorna, recidiva, persino nelle sere della gioia, come un monito.
Glielo direbbe, glielo vorrebbe dire.
Perdonami.
Ma non glielo sa dire.
E' quella la sorte a cui lo ha consegnato.
La sorte di odiarla per sempre, perfino di sfuggita, finanche all'ombra della gioia e nella distrazione dei ricordi.
Persino contro la sua stessa volonta'.
Come un gemma di malattia, un'offesa ancora.
Riccardo ha tre anni, quasi quattro. Soffre di una malattia rara, la sindrome di West.
Merita una chance. 30.000 persone con 10 euro gliela possono offire. Diremo di no? Anche dietro questo sogno, la possibilità di unirci, di fare qualcosa assieme, di alzare la voce in un "Forza Riccardo" che non potranno trafugarci per fondare un partito...
Turchio Giulia – aiutate Riccardo Pio –
C/C 000000010423
CIN J
ABI 03067
CAB 81030

Disegna una casa
Dicesti
Disegnala ora
Che sia accesso
E non fuga
(Dicesti)
Aprila al vento
All’abbraccio
Rimani
Metti radici
Nel calore
Nel chiarore
In un attracco.

Leggo in Cyrulnik ("Di corpo e d'anima") che la nostra capacità di reagire alla sofferenza dipende dalla serotonina.
Dal fatto, cioè, che gli uomini sono trasportatori lenti e veloci di questa sostanza, e che la velocità di trasporto influenza le loro diverse strategie di adattamento alla vita.
I trasportatori lenti organizzano la loro vita in un contesto di vita sereno. Instaurano rapporti stabili e rassicuranti. Creano situazioni in cui i trasportatori veloci morirebbero di noia.
Questi ultimi hanno bisogno di cercare sempre stimoli diversi, affinchè l'intensita' emozionale susciti in loro la sensazione di esistere.
Un grande trasportatore di serotonina scovolge spesso la propria vita, spezza facilmente i legami, perche' non ne ha bisogno. Fa parte dei cosiddetti 'invulnerabili'.
I trasportatori lenti - i vulnerabili, o i 'sensibili' - realizzano piu' facilmente progetti esistenziali.
Gli invulnerabili, a forza di mettersi alla prova, arrivano all'esaurimento, al deterioramento fisico. Dopo una giovinezza vissuta intensamente, conducono spesso vecchiaie solitarie, senza progetti nè senso, senza piacere nè sofferenza.
Siamo tutti - a seconda delle fasi, delle prove della vita, dei contesti - trasportatori veloci o lenti.
Il gene 5 htt corto, piccolo trasportatore di serotonina, puo' essere insidioso, ci rende vulnerabili, eppure ci aiuta a costruire, dandoci quel senso del limite che serve a porre confini alle nostre urgenze.
Nei momenti duri della vita, invece, una minore emotività ed un trasporto 'veloce' di serotonina puo' esserci d'aiuto.
Teorie, certo. Che spiegano scelte instabili, percorsi tranquillizzanti, errori, cadute. Atteggiamenti da pionieri o da formiche. Arresti e ripartenze.
E' corpo, tutta la nostra vita.
Ma io credo che l'anima diriga ogni cellula, stabilisca le pausa, ci faccia decidere di essere.
Se sappiamo ascoltarla, essa sa quale strategia usare. Ci viene incontro, rallenta o accelera, a seconda dei casi.
Siamo noi, insomma, a comandare il gioco.
Questo sembra dirci anche Cyrulnik, in barba alla chimica ed alla scienza.
(Foto di P.Harrison)

La donna rientro' in casa. Chiuse la porta e tiro' il catenaccio. Porto' bicchieri e bottiglie in cucina; vuoto' i posacenere; risciacquo' tutto. Nel soggiorno rimise le sedie al posto di prima; diede aria.
Aprì la porta della camera del bambino; il bambino stava giusto girandosi nel letto (...).
Era davanti allo specchio e si spazzolava i capelli.
Si guardava negli occhi e disse: "Non ti sei tradita. E nessuno ti umiliera' piu'!".
Era nel soggiorno, seduta (...). Si verso' un bicchiere di whisky; si rimbocco' le maniche del pullover.
Rimase a lungo così, in silenzio, mentre le sue pupille, pulsando, a poco a poco si dilatavano; a un tratto balzo' in piedi, ando' a prendere una matita, un foglio di carta e comincio' a disegnare. Non disegnava con slancio, ma con tremore ed incertezza; pero' di tanto in tanto le riusciva qualche segno ininterrotto, quasi di slancio.
Trascorsero ore, prima che deponesse il foglio. Allora lo guardava a lungo; e poi riprese a disegnare.
Era giorno chiaro e lei era sulla terrazza, sulla sedia a dondolo. Dietro a lei, rispecchiate nella vetrata, si agitavano le cime degli albeti.
Prese a dondolarsi; levo' le braccia in alto.
Era vestita leggera, senza coperta sulle ginocchia.
(Peter Handke, "La donna mancina")

"Accade di cercare, nella vita, un 'protettore magico'.
Spesso esso è personificato: viene concepito come Dio, come principio, o come reali persone, quali un genitore, il marito, la moglie o un superiore.
Questo processo di personificazione del protettore magico si osserva spesso in quello che si chiama 'innamorarsi'.
Una persona che si trova in questo tipo di rapporto con il protettore magico, cerca di trovarlo in carne ed ossa.
Le ragioni per cui una persona è legata ad un protettore magico sono in teoria le stesse che abbiamo individuato alla radice degli impulsi simbiotici: l'incapacità di reggersi da soli e di esprimere pienamente le proprie potenzialità personali.
Nei casi piu' estremi, tutta la vita della persona consiste quasi esclusivamente in tentativi di manipolare 'lui', il protettore magico. Le persone differiscono quanto ai mezzi impiegati. Per talune il mezzo principale è l'obbedienza, per altre la bonta', per altre ancora il soffrire.
Questa dipendenza, che è volta a manipolare, conduce nel tempo stesso ad un blocco della spontaneita', ma da' una certa sicurezza e puo' sfociare anche in un sentimento di dolcezza e schiavitu'.
Identificando nel complesso di Edipo il fenomeno centrale della psicologia, Freud ci ha parlato di attrazione sessuale dei figli nei confronti dei genitori.
Tuttavia, quando i genitori, operando come gli agenti della societa', cominciano a sopprimere la spontaneita' e l'indipendenza del bambino, questi, crescendo, si sente sempre piu' incapace di reggersi da solo; percio' cerca il protettore magico.
Cio' che possiamo osservare nel nucleo di ogni nevrosi, come anche nello sviluppo normale, è la lotta per la liberta' e per l'indipendenza. In molte persone normali questa lotta è sfociata in una rinuncia totale al proprio io individuale, sicche' sono ben adattate e ritenute normali.
La persona nevrotica è quella che non ha rinunciato a combattere contro la totale sottomissione, ma che nello stesso tempo è rimasta legata alla figura del protettore magico, qualunque forma questa possa aver assunto.
La sua nevrosi è da intendersi come un tentativo, e sostanzialmente come un tentativo non riuscito, di risolvere il conflitto tra questa fondamentale dipendenza e l'aspirazione alla liberta'".
Erich Fromm, "Fuga dalla liberta'".

Quel giorno scoprii che quando fuggivo nel sole torrido alla ricerca di qualche tesoro immaginario, quel senso di smarrimento, quella follia che mi assalivano , erano gia' la Cosa.
Se il cuore mi batteva tanto forte non era solo perche' correvo, se sudavo così tanto non era perche' faceva caldo, c'erano gia' la paura e il sudore della Cosa.
Quel senso di vergogna e di colpa che mi soffocava era gia' la Cosa.
Essa mordeva gia' la bambina che correva e si storceva le caviglie nella terra arata dei vigneti.
Marie Cardinal
Non sapevo cosa fosse una malattia autoimmune.

Febbre tutte le sere.
L'immensa stanchezza, la stasi.
Si sbaglia la diagnosi.
Cos'è una diagnosi? Tu cosa senti che sta accadendo dentro al tuo corpo? Che è sempre stato forte, nonostante. Che ha retto agli urti, che è caduto, si è rialzato, che è stato amato.
Come il corpo di mia nonna. La stessa forza nelle gambe.
Febbre, tutte le sere.
Poi analizzano meglio il gonfiore alla gola, una mano calma scende sulla tua testa, ti dice di riposare.
Adesso sai cos'è. Il morbo, quello che da tempo viveva dentro di te. Che hai alimentato con le fughe, le paure, con l'assenza da te stessa.
Allora capisco. Cellula dopo cellula il messaggio ha raggiunto gli organi. E gli organi hanno parlato chiaro. Fermati. Amati. Sii consapevole della tua immensa forza.
La leonessa che è in te, che ha partorito figli, che ha corso contro ogni vento possibile, dov'è andata a finire? Nella trappola di un predatore distratto, nelle mani dell'avventore d'un'osteria, nell'impasto di ricordi confusi: la ragazza che ero, il mio progetto di vita, la mia grande passione per la bellezza.
Tutto si snebbia. La febbre scende. La cura funziona.
Mi rannicchio nel letto come una bambina curiosa. Lascio che il buio m'afferri.
E m'addormento.

Quando ha tradito suo padre, la vita le si è aperta davanti come una lunga strada di tradimenti: e ogni nuovo tradimento l'attira come un vizio e come una vittoria. Non vuole stare e non stara' nei ranghi! Si rifiuta di stare nei ranghi, sempre con le stesse persone e gli stessi discorsi.
(...) Ma quella strada deve pur finire ad un certo punto! Una volta o l'altra lei deve smetterla con i tradimenti! Una volta o l'altra deve fermarsi!
(...) Aprì la porta dello scompartimento e vide Franz seduto su un letto gia' pronto.
Lui si alzo' per salutarla e lei gli butto' le braccia al collo e lo coprì di baci.
Aveva un desiderio terribile di dirgli, come la piu' banale delle donne: Non lasciarmi, tienimi con te, domami, soggiogami, sii forte! Ma erano parole che non poteva nè sapeva pronunciare.
Quando l'ebbe sciolto dall'abbraccio, disse soltanto: "Come sono felice di essere con te". Con il suo carattere riservato, era il massimo che potesse dire.
(da 'L'insostenibile leggerezza dell'essere', Milan Kundera)