
E poi, alla fine, se dici, se scrivi, la parola ti rende nudo.
Forse è il dono estremo, questo essere nelle parole.
E neppure altrove, nemmeno nella carne, alle volte.
Tutto cio' che va oltre, che fa a meno di questa sostanza, non ha senso.
E' cio' che non esiste. Perche' la parola non vi conferisce nè ordine nè forma.
Non riusciamo a comprendere - siamo come ammalati - quello che non sappiamo dire.
E' così anche nella psicanalisi.
Ma le parole ti lasciano nudo, come certi sogni.
Esposto, solo.
Se poi li dici, i sogni, sei ancora piu' nudo.
L'altra sera ho sognato una casa. Come sempre. Era ordinata, questa volta, era bellissima, ed io mi sentivo felice.
Pero' sapevo che non era ancora casa mia.
Per chi ha rischiato tutte le sue radici - il crepitìo delle cose note, il calore della stabilita', tutto - , per chi ha rischiato se stesso, le parole possono essere una nuova radice.
Sono importanti.
Non avrei voluto scoprirmi, mi accorgo invece che in ogni lettera che uso c'è un disvelamento, un gesto privo di pudore, che mi determina.
Un gesto nudo.

Tutta la sessualita', all'inizio, è stupore.
Dopo, a distanza, all'improvviso, ripensi al gesto con sorpresa.
Sei stato nel gesto, ma è come se non si fosse trattato di te.
E' un dono spontaneo in cui, nella ragione, non ti riconosci.
Finche' dura questo stupore, dura anche il sesso, in una coppia.
L'azione che si compie non si disfa mai nel concreto.
E' come se non fosse mai avvenuta.
Ha la sostanza dell'ombra e una sua purezza non innocente.
Tutto questo prescinde da cio' che sara'.
Roccia o vento.
Tutto questo va oltre - e precede - i protagonisti della storia.
I loro nomi, i loro volti perfino.

Mi tiene giu'
una voce di terra,
come uno spasimo.
Il rantolo della polvere,
biblioteche di silenzi,
l'odore del sangue.
Non saper stare.
Mai.
Mi tiene giu',
come un monito,
come un ricordo.
E' fango scuro.

Pietrifica, dici,
la tua gia' vecchia angoscia.
Lo sai che porta
a una demenza nera,
chè l'albero vedi nemico
la sera nemica,
la linea della donna
un laccio omicida
e scrivi come Seneca
mai ho creduto alla fortuna,
anche quando sembrava
tutto in pace.
Silvio Cumpeta
(Sul testo di Cumpeta tutti i diritti riservati )

Non cadro’.
Oltre le pareti di questa stanza mi sembra di poter udire la sua voce infedele.
Sono qui, posso accoglierla.
Tu.
Tu non sai cosa vuol dire accogliere.
Ad un uomo non bastano le braccia, le mani, gli occhi.
La sua voce era bugiarda, profonda.
La sua voce era così: piena di malìa.
So di averla incontrata.
So di essere stata come lei.
Ho seguito i suoi passi tra le ombre della radura.
L’ho vista inciampare in lui, accarezzargli i capelli, cedere al peso del suo corpo.
Ma ad un uomo non bastano le mani, le braccia, gli occhi.
Ha pagato lei il prezzo peggiore.
C’è un abbaiare di cani, lì fuori.
Un rincorrersi, un cadere.
Lasciatemi stare, adesso.
Voglio silenzio.
La vedo tornare, superare il bivio del tempo.
Lasciatela venire fino a me, fin dentro l’ombra del mio cuore.
Io sono come lei.
Bugiarda, profonda. Innocente.
(Foto di Antonio Citrigno, tutti i diritti riservati.
In scena, Elena Spiniello)