

Tutta quella crudeltà le aveva lasciato, negli anni, una supplica che solo di rado scompariva dal suo volto. Accadeva di solito quando a ogni nuovo incontro qualcuno riusciva a estirpargliene un poco. Forte è il sospetto che il suo fosse diventato alla fine un vezzo per provocare negli altri questa reazione. Così da costringere anche il più legnoso degli uomini a elargire, suo malgrado, tenerezza. Il parziale beneficio che ne ricavava, seppur mai sufficiente a ripagarla di ciò che gli era stato negato dalla madre, era sufficiente adesso a riconciliarla con lei. In fondo era grazie alla madre se gli uomini si predisponevano in quel modo finendo per sottovalutare il suo tratto più indomabile che abilmente sotto quella supplica occultava. Così procedeva, ormai. Come un felino. Non si agitava, non lottava, tanto era sicura delle sue forze nascoste, segrete. Alimentate da quella crudeltà antica. Che a volte immaginava come radice mai rimossa dal terreno, altre come un’erba ostinata pronta a ricomparire sul muro dopo ogni pulizia.Procedeva così, proprio come certi felini. Che ingannano senza volerlo. Apparentemente normale, e disinvolta, infatti si affidava al suo segreto a prescindere dall'incontro del momento. Sentiva solamente quella pulsione a chiedere a elemosinare tenerezza secondo un meccanismo di cui subito dopo, non appena ne recuperava la consapevolezza, provava persino un po’ vergogna.
Antonio Carbone





Si sono nascosti sotto il drappo che ricopriva il tavolo, ma io li ho visti.
Attendevano un fischio segreto per partire, staccarsi dal muro e venire avanti verso gli invitati, verso me. E’ stato proprio quando li ho visti che ho capito come, in questi anni, non avessi fatto altro che attenderli.
Ho contato i loro passi, con loro ho preparato l’evento.
Ho fatto in modo che accadesse.
Stasera tu non sei qui, ma è solo un caso. C’è lei, e per me è lo stesso.
Vivete ormai in simbiosi, carichi dello stesso sangue, del medesimo silenzio; nel tuo corpo c’era un umore che era quello di lei, ma allora non lo sapevo, non potevo saperlo.
La sala riunioni è affollata, l’uomo al microfono non si è accorto di nulla.
Nessuno vede, tranne me.
Si muovono strisciando. Spero che sappiano fare bene il loro lavoro. Che siano rapidi e che spariscano in fretta.
Avrò altro da fare, dopo.
Gli sguardi vagano miopi tutt’intorno. Sarebbe ora di andar via, in strada certo si respira un’aria migliore. Solo io sento il fruscio che taglia in due i rumori, lo fende.
Si è parlato del budget, naturalmente, d’indice di penetrazione.
Qualcuno ha preso il microfono e si è scusato per l’assenza di Guido, punta di diamante del gruppo.
L’influenza gli ha giocato un brutto scherzo, ha detto. Proprio stasera.
E’ stanco, il povero Guido, anche quando discutiamo, assieme al team di lavoro, il programma della giornata, e si parla di fatti di cronaca, ma lui non s’infervora più. E beve il suo caffè amaro senza prendersela col barista ed intanto mi spia da sopra gli occhiali.
Cos’è questa tristezza? Sarà perché è quasi Natale. L’idea di un viaggio sempre rimandato, Capodanno nel Sahara, traversando il lago Salato.
E Tozeur, ah, Tozeur, dove avrei visto treni che non esistono, miraggi capovolti, un ultimo sogno, ancora.
Però no, non sono più partita.
Aspettavo. L’ho imparato da bambina, ad attendere.
Quando sentivo mia madre litigare con mio padre. Sul letto tenevo appesa la foto della scuola, quella col fiocco intorno al collo e la cartina geografica alle spalle.
Non sarei mai diventata così.
Mai come loro. E’ stato allora che ho deciso di starmene buona, senza pretendere.
La mia laurea brillante, la mia carriera brillante. Presto ho capito che ognuno ha in se stesso quel mezzo che chiama virtù. L’importante è starci comodi, vivere come Ulisse, non sfidare mai davvero l’ignoto, non credere veramente. A niente.
“Credici a metà. A metà più un poco”, mi ha sempre detto Guido.
Va bene, Guido, d’accordo.
Il suo ufficio, dieci metri quadri con parquet, divano di pelle.
Il mondo rinasce lì dentro tutte le mattine, un universo circoscritto, quello di una zebra allo zoo.
Mentire meglio che si può. Ormai, dunque, con tutti. Anche con te, amore mio.
Mi ha detto: ho la febbre, non verrò. E poi: non mi va di star lì con lei, di far finta. Non te lo meriti.
Lo ha fatto per me, lo so.
A modo suo, gli dispiace.
Gli ho raccomandato di prenotare una visita, di non trascurare i suoi mal di testa.
Gli ho regalato Il riposo del guerriero, perché il protagonista gli somigliava.
L’uomo di quel romanzo è ancora ciò che desidero. Ma non sei tu, Guido. Mi era sembrato, mi sbagliavo.
Tu sai credere solo un poco, alle cose. Alla metà più un poco. Ora lo so.
Mi sono fatta bella, stasera. Ma tu non ci sei, non sei venuto.
Certo, ci sono molteplicità di rapporti: diventeremo amici. Ti piace questa frase? Può andare, ci potrebbe essere funzionale. Questo è un altro termine che usi spesso.
Che bella parola. Ma io non sono così semplice. Non so esserti amica.
Poi ci sono le parole che usavi una volta.
La vita vera, per esempio. Dicevi: ‘Tu mi regali ogni giorno una vita vera".
Ricordi, Guido? Dicevi così, mi tenevi stretta, non avevi voglia di andartene.
“Come si fa a dire queste cose ad una moglie, mentre ci si lava i denti o si beve un caffè?”.
Avevi occhi d’un verde allegro. E mani grandi, forti.
Eri ansante, dopo l’amore, poi i tuoi lineamenti ridiventavano solidi, l’espressione controllata, da uomo di polso, che sa quello che fa. Che gestisce bene l’amore e la sua incertezza.
“Con lei non è mai stato così”.
Vagavo tra l’idea che questa fosse la tua frase ad effetto, con cui ti facevi strada nel cuore e tra le cosce delle donne, e la speranza che non fosse così.
E com’è stato, invece, Guido?
So di te quello che gli altri non sanno.
Le ore condivise, per esempio.
Tranquillo. Non preoccuparti. Tra amanti è così, niente d’ufficiale, nessuno ne saprà mai nulla.
Solo io e te. Ci pensi? Ma io dirò, a quelli che si nascondono sotto il drappo, di fare in fretta.
Di fare ciò che devono anche con i ricordi. Nessun segreto condiviso, il mare, il sudore, il filo dell’orizzonte. Nessun ricordo.
Tozeur è un posto unico. Ha a che fare con i sogni, le proiezioni.
Alcune rughe già mi segnano la fronte. Stamattina mi sono sorpresa a contarle, allo specchio. Ho schiacciato i palmi delle mani lì dove vedevo la mia faccia. Tutto è ritornato perfetto.
Stasera, nella contrazione della noia, il mio viso aveva già i segni del suo morire. So bene che mi farò bastare la mia, di morte.
Tra la gente che sfolla verso la sala dove è allestito il catering, tra le persone che quasi si spingono, la vedo.
Un po’ curva, elegante, i capelli di quel biondo che hanno le signore della buona borghesia. Sorride col sorriso da cerimonia che conosco bene. Assomiglia un po’ al tuo sorriso, ma all’inizio non vedevo, non capivo.
Gli occhi fanno quello che possono, canta Ligabue.
Mi avvicino lentamente, la sento parlare della laurea di suo figlio, nella sala grande dell’Ateneo, con l’ansia sentimentale delle mamme.
Ha chiuso la sua vita dietro un cancello di ferro, lo so.
Ha allontanato da sé i dubbi e le domande. Ti possiede, Guido, sa di te cose che io non saprò mai. Le vostre ore condivise. Tu e lei.
La saluto appena incrocio il suo sguardo. Come fa? Ho messo bombe e munizioni, dietro quel cancello. Lei se ne sta accovacciata ad attendere, perché l’impalcatura non crolli, il sogno non si incrini. Difende la sua roba. Vorrei dirle che non entrerò. Che ho capito quanto sarebbe inutile, perchè io non voglio possedere nessuno.
Dice: “Natale è il momento giusto per ritrovarsi”.
Sento la nausea salire lentamente dallo stomaco. Quante volte ancora dovrò avvertire questa cosa?
Mi rivedo bambina, alle feste dei grandi. Smarrita, sperduta, in un tormento quasi dolce.
Non è vero. Non ho micce, né detonatori, non per te, almeno. Non supererò alcun limite.
Il cancello resterà chiuso.
Ora mi guarda.
Cos’è che sai, penso, dell’uomo con cui condividi la vita? Cos’è, vivere assieme a qualcuno, imparare i suoi gesti, la sua annoiata furbizia?
Conosco tutte le sue storie, quelle di quando ancora diceva di amarti. Sto dietro ad una porta discosta, osservo. Le sentinelle non tossiscono nemmeno, stanno molto attente.
Il tuo sguardo mi penetra. Sicuramente tu sai. Ma stà tranquilla.
Nel cuore ho un lago gelato.
Eravamo così: una dentro all’altro. La radice del tuo essere affondava dentro le mie mani. Ti tenevo. Avremmo potuto tenerci così tutta la vita.
Mi piaceva anche la tua stanchezza. Questo tuo condurmi lungo la via dell’assoluto per poi dirmi: no, calma, bisogna credere alle cose solo un po’. C’è l’acqua, vedi, c’è il mare. E poi c’è il resto.
Cos’era il resto? Noi? Oppure solo io?
Qualcosa avanzerà ancora un po’, scivolerà lungo i viottoli bui, tenderà tranelli ed inganni.
Schiaccerà l’erba, in un flusso inarrestabile. State attenti, bene in guardia, perché la vita ci canzona tutti.
Ho preso un piccolo bagaglio a mano, vi ho messo dentro l’essenziale.
Niente che riguardi te, Guido.
Sul depliant c’era una donna di colore nel vestito tradizionale. Il sorriso aperto, accogliente, un “welcome” le usciva dalle labbra in un fumetto. Figurarsi.
Sei stato per un po’ come la donna della foto.Ma hai fatto solo finta di aprire le braccia e dire: ‘piccola, vieni qui’.
“Natale è il momento giusto per ritrovarsi”.
Il dirigente stasera ha avuto belle parole, per me. Ho prodotto buoni risultati, non ho deluso le attese.
Per il trasferimento non ci sono problemi, mi ha detto. Flora mi ha regalato la sua vecchia sim.
L’ho caricata, ho registrato tutti i numeri della vecchia rubrica. Uno, due, tre.
Ho cancellato il tuo nome, il tuo numero. Come se bastasse. Ma io voglio dimenticare.
Andare a Tozeur.
Forse Tozeur no. Piuttosto un luogo reale, dove i treni ci sono davvero e partono, ed arrivano a destinazione, sotto nuvole vere e non di cartone.
Mi dirigo verso l’uscita, dopo aver salutato Mario, tutto il team di lavoro.
Mi mancherà il mare. Le tue narici dilatate, Guido, nello sforzo dell’amore. Tremavo, nel riceverti.
Fa freddo, fuori. Un freddo che mi squarcia i polmoni. Conto i miei passi, fino alla macchina.
Sentirò da lontano, improvvisamente, il sordo fragore dell’esplosione. Vedrò volare intorno a me i brandelli della mia vita. Le cose che so di te, Guido, in mille pezzi.
Roba che non mi interessa più.
Erano lì per me, sotto il drappo rosso, nauseati dall’odore delle tartine, dalla retorica del Natale.
Mi aspettavano, silenziosi, con un giusto sorriso stampato agli angoli della bocca.
Tutto qui.
Allungo il passo, stordita, cerco le chiavi nella mia borsa senza fondo.
Non morirò. Si staccherà un cantabile, bello come un innamoramento, come una storia che mi era tanto piaciuta.
Mi vedrà lì, immobile tra le macerie.
Sopravvissuta per intero e niente mezzo e mezzo, niente che sia come dicevi tu, Guido.
Bello come un cantabile.
Bello.
