venerdì, 28 novembre 2008


la mia giovinezza
Non ho mai tradito la mia giovinezza
perché la vita si alimenta di poco
non dura eterna
come le lampade di sacrestia
non ho mai tradito la mia giovinezza
nemmeno una volta in vita mia.

E non riconosco nessuno
non mi ricordo di un giorno
solo un passato pieno di donne
un cimitero dei cani
la casa dei sentimenti arredati
dei sentimenti adornati
dei sentimenti armati.

Non ho mai tradito la mia giovinezza
non devo provare la mia innocenza
sono colpevole d'aver nutrito
l'amore e altre deviazioni
come la malinconia
come la nostalgia.


La prima volta che mi sono innamorato
era una donna conosciuta in sogno
e dopo è sempre stato così
in fondo è tutto nei vestiti alla moda
e sulle labbra dell'avvenire
in fondo è tutto lì.

Ci vuole un anno e ci vuole un giorno
confidare nel silenzio
e nella condizione umana
badare alla casa
e alla pioggia di stravento
come un uomo vestito da uomo fa.

È il giornale dei tempi
un bacio distratto
la sola cura
per chi ha origliato l'amore
chi ha conosciuto tutte le braccia
e tutte le ha perdute
e tutte le ha perdute
e tutte le ha perdute.


Strofinando un pianoforte
si incontra il mondo dei vincitori, sì
dei miei ricordi sarai l'ultimo a svanire
perché ho sete e fame
è sempre stato così.

In fondo è tutto nei vestiti alla moda
e sulle labbra dell'avvenire
in fondo è tutto lì.

Ivano Fossati
postato da: tullia65 alle ore 21:33 | link | commenti (32)
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sabato, 22 novembre 2008

Una mail

"Ho provato a "lavorare" sul testo che hai pubblicato sul tuo blog.
Naturalmente ne è uscita una cosa completamente diversa.
Non so spiegarti bene perché l'ho fatto, sarà perché leggerlo mi fatto venire un certo prurito alle mani.
Le tue "parole" mi interessavano come materia grezza".
 
Un abbraccio
 
Antonio Carbone (scrittore)

felino

Tutta quella crudeltà le aveva lasciato, negli anni, una supplica che solo di rado scompariva dal suo volto. Accadeva di solito quando a ogni nuovo incontro qualcuno riusciva a estirpargliene un poco. Forte è il sospetto che il suo fosse diventato alla fine un vezzo per provocare negli altri questa reazione. Così da costringere anche il più  legnoso degli uomini a elargire, suo malgrado, tenerezza. Il parziale beneficio che ne ricavava, seppur mai sufficiente a ripagarla di ciò che gli era stato negato dalla madre, era sufficiente adesso a riconciliarla con lei. In fondo era grazie alla madre se gli uomini si predisponevano in quel modo finendo per sottovalutare il suo tratto più indomabile che abilmente sotto quella supplica occultava. Così procedeva, ormai. Come un felino. Non si agitava, non lottava, tanto era sicura delle sue forze nascoste, segrete. Alimentate da quella crudeltà antica. Che a volte immaginava come radice mai rimossa dal terreno, altre come un’erba ostinata pronta a ricomparire sul muro dopo ogni pulizia.Procedeva così, proprio come certi felini. Che ingannano  senza volerlo. Apparentemente normale, e disinvolta, infatti si affidava al suo segreto a prescindere dall'incontro del momento. Sentiva solamente quella pulsione a chiedere a elemosinare tenerezza secondo un meccanismo di cui subito dopo, non appena ne recuperava la consapevolezza, provava persino un po’ vergogna.   

Antonio Carbone

 

postato da: tullia65 alle ore 18:29 | link | commenti (12)
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venerdì, 21 novembre 2008

Franco Nico



franco nico
La sua passione era il teatro, il suo amore la famiglia, il suo orgoglio l´essere riuscito a legare insieme in un'unica vocazione di lavoro e di vita la sua compagna amatissima, Pina Cipriani, "voce" della sua musica e dei suoi tanti progetti teatrali e discografici. 
I figli, Bianca (che costruisce in Inghilterra colti percorsi appassionati) ed Egidio, musicista di talento.
È morto Franco Nico, la sua casa era il Sancarluccio. Divideva il piccolo teatro di via San Pasquale a Chiaia con generosa sapienza, accogliendo tutti quelli, giovani e meno giovani, che a Napoli cercavano spazio per i loro non facili debutti, o che da Napoli volevano partire in cerca di successo.
Intuito e disponibilità hanno fatto del suo Sancarluccio il punto di riferimento di tanti teatranti.
Orgoglioso ne mostrava il successo. I giovani Roberto Benigni e Massimo Troisi con la Smorfia, Leopoldo Mastelloni e Annibale Ruccello, Toni Servillo e Vincenzo Salemme, Francesco Paolantoni e anche Pino Daniele, tanto per citare alcuni dei più famosi tra i molti che al Sancarluccio hanno debuttato. E hanno portato il loro talento sul minuscolo palcoscenico. Tenuto aperto dal 1972 non senza fatica, non senza sacrifici, non senza allegria.
Francesco Mastrominico era il suo nome all´anagrafe. Franco Nico il suo nome d´arte. Di quando, giovane di talento, faceva il cantante-chitarrista. Viaggio iniziato nel 1959 al Grottaromana di Posillipo e continuato poi nei locali alla moda di Ischia, Amalfi, Capri, Sorrento.
A questa sua passione antica dedicherà i suoi ultimi cd. E, insieme alla musica, fin quasi dall´inizio della carriera, l´altra sua passione, il teatro. Soprattutto, negli anni Sessanta, quello comico: con Angelo Fusco diede vita al gruppo dei Cabarinieri. E quello fu il suo gran divertimento.
Il Sancarluccio vedrà, negli anni più recenti, la nascita di spettacoli-omaggio.
Il primo dedicato ad Agostino Astrominica, poeta d´Irpinia. Poi a Giuseppe Liuccio, Giuseppe Iuliano, e poi ancora Totò, Eduardo De Filippo, Alfonso Gatto, Nazim Hikmet, Luigi Incoronato, Peppe Lanzetta, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale, di cui ha musicato poesie e pensieri portando i suoi eleganti, emozionanti spettacoli in giro per l´Europa.

RUR ringrazia Franco Nico per averli accolti , solo pochi giorni fa,  nel suo teatro.

postato da: tullia65 alle ore 18:53 | link | commenti (16)
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giovedì, 20 novembre 2008

Ostile


la porta
Lei aveva giustificato sua madre,
nel distacco con cui l'aveva cresciuta,
per l'assenza di tenerezza.
Tutto quel dolore insostenibile
ed inutile
si era trasformato, negli anni,
nella necessita' di giustificare,
in ogni incontro,
l'assenza di quella tenerezza.

E poteva essere, il suo,
un atteggiamento in grado di
provocare sempre
le stesse reazioni,
gli stessi inciampi dell'infanzia.
Anche in chi, non essendo sua madre,
nulla poteva saperne,
e rinunciava alla tenerezza non richiesta.

La coazione a ripetere
- enormi giri del tempo,
sempre uguali -
non l'aveva liberata.
Così, procedeva ormai
per distacchi.

Non spiegava, non lottava,
sapeva solo di essere lei
la causa della caduta.
Smetteva di giustificare
e s' allontanava libera
verso la sua stella,
la sua radice solitaria,
colpevole.

Faceva così, scoloriva
come certi acquerelli,
 
in un processo inevitabile,
apparentemente normale,
leggero, che prescindeva
dall'incontro del momento,
dalla persona perfino,

e riguardava lei solamente,
secondo un meccanismo
silenzioso
eppure ostile.

(Buttato giu', di getto, durante un viaggio in barca, nell'agosto 2005)
postato da: tullia65 alle ore 15:29 | link | commenti (9)
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domenica, 16 novembre 2008

Uscirne


vite

Integriamo la vita facendone una storia
perché abbiamo storie nel profondo della mente
.
                                                       J. Hillman


La vita ripete se stessa, immemore degli eventi: se non diventi consapevole, continuerà a ripetersi come una ruota. Ecco perché i buddhisti la definiscono 'la ruota della vita e della morte, la ruota del tempo'. Gira come una ruota: la nascita è seguita dalla morte, la morte è seguita dalla nascita; l'amore è seguito dall'odio, l'odio è seguito dall'amore; il successo è seguito dal fallimento, il fallimento è seguito dal successo.

Osserva soltanto! Se riesci ad osservarlo, anche solo per qualche giorno, vedrai affiorare uno schema, lo schema di una ruota. Un giorno, una bella mattina, ti senti benissimo e felice, mentre un altro giorno sei così vuoto e ottuso da iniziare a pensare al suicidio. Eppure, il giorno prima eri così pieno di vita, così estatico da sentirti riconoscente a Dio per essere in un tale stato d'animo di profonda gratitudine, mentre oggi il lamento in te sembra infinito e non vedi il motivo per continuare a vivere. Passi da uno stato d'animo all'altro, ma non vedi lo schema di fondo.
Nel momento in cui te ne accorgi, ne puoi uscire.
postato da: tullia65 alle ore 18:01 | link | commenti (20)
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giovedì, 13 novembre 2008

Osho

il testimone

Se un'esperienza ti coinvolge, lascia che accada, e poi continua a lasciarla andare...
Lasciati acquietare e ricorda che in profondita', dentro di te, sei solo un testimone, eternamente silente, cosciente ed immutabile.
postato da: tullia65 alle ore 17:28 | link | commenti (17)
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giovedì, 06 novembre 2008

Welcome

amante amato

Si sono nascosti sotto il drappo che ricopriva il tavolo, ma io li ho visti.

Attendevano un fischio segreto per partire, staccarsi dal muro e venire avanti verso gli invitati, verso me. E’ stato proprio quando li ho visti che ho capito come, in questi anni, non avessi fatto altro che attenderli.

Ho contato i loro passi, con loro ho preparato l’evento.

Ho fatto in modo che accadesse.

Stasera tu non sei qui, ma è solo un caso. C’è lei, e per me è lo stesso.

Vivete ormai in simbiosi, carichi dello stesso sangue, del medesimo silenzio; nel tuo corpo c’era un umore che era quello di lei, ma allora non lo sapevo, non potevo saperlo.

La sala riunioni è affollata, l’uomo al microfono non si è accorto di nulla.

Nessuno vede, tranne me.

Si muovono strisciando. Spero che sappiano fare bene il loro lavoro. Che siano rapidi e che spariscano in fretta.

Avrò altro da fare, dopo.

Gli sguardi vagano miopi tutt’intorno. Sarebbe ora di andar via, in strada certo si respira un’aria migliore. Solo io sento il fruscio che taglia in due i rumori, lo fende.

Si è parlato del budget, naturalmente, d’indice di penetrazione.

Qualcuno ha preso il microfono e si è scusato per l’assenza di Guido, punta di diamante del gruppo.

L’influenza gli ha giocato un brutto scherzo, ha detto. Proprio stasera.

E’ stanco, il povero Guido, anche quando discutiamo, assieme al team di lavoro, il programma della giornata, e si parla di fatti di cronaca, ma lui non s’infervora più. E beve il suo caffè amaro senza prendersela col barista ed intanto mi spia da sopra gli occhiali.

Cos’è questa tristezza? Sarà perché è quasi Natale. L’idea di un viaggio sempre rimandato, Capodanno nel Sahara, traversando il lago Salato.

E Tozeur, ah, Tozeur, dove avrei visto treni che non esistono, miraggi capovolti, un ultimo sogno, ancora.

Però no, non sono più partita.

Aspettavo. L’ho imparato da bambina, ad attendere.

Quando sentivo mia madre litigare con mio padre. Sul letto tenevo appesa la foto della scuola, quella col fiocco intorno al collo e la cartina geografica alle spalle.

Non sarei mai diventata così.

Mai come loro. E’ stato allora che ho deciso di starmene buona, senza pretendere.

La mia laurea brillante, la mia carriera brillante. Presto ho capito che ognuno ha in se stesso quel mezzo che chiama virtù. L’importante è starci comodi, vivere come Ulisse, non sfidare mai davvero l’ignoto, non credere veramente. A niente.

“Credici a metà. A metà più un poco”, mi ha sempre detto Guido.

Va bene, Guido, d’accordo.

Il suo ufficio, dieci metri quadri con parquet, divano di pelle.

Il mondo rinasce lì dentro tutte le mattine, un universo circoscritto, quello di una zebra allo zoo.

Mentire meglio che si può. Ormai, dunque, con tutti. Anche con te, amore mio.

Mi ha detto: ho la febbre, non verrò. E poi: non mi va di star lì con lei, di far finta. Non te lo meriti.

Lo ha fatto per me, lo so.

A modo suo, gli dispiace.

Gli ho raccomandato di prenotare una visita, di non trascurare i suoi mal di testa.

Gli ho regalato Il riposo del guerriero, perché il protagonista gli somigliava.

L’uomo di quel romanzo è ancora ciò che desidero. Ma non sei tu, Guido. Mi era sembrato, mi sbagliavo.

Tu sai credere solo un poco, alle cose. Alla metà più un poco. Ora lo so.

Mi sono fatta bella,  stasera. Ma tu non ci sei, non sei venuto.

Certo, ci sono molteplicità di rapporti: diventeremo amici. Ti piace questa frase? Può andare, ci potrebbe essere funzionale. Questo è un altro termine che usi spesso.

Che bella parola. Ma io non sono così semplice. Non so esserti amica.

Poi ci sono le parole che usavi una volta.

La vita vera, per esempio. Dicevi: ‘Tu mi regali ogni giorno una vita vera".

Ricordi, Guido? Dicevi così, mi tenevi stretta, non avevi voglia di andartene.

“Come si fa a dire queste cose ad una moglie, mentre ci si lava i denti o si beve un caffè?”.

Avevi occhi d’un verde allegro. E mani grandi, forti.

Eri ansante, dopo l’amore, poi i tuoi lineamenti ridiventavano solidi, l’espressione controllata, da uomo di polso, che sa quello che fa. Che gestisce bene l’amore e la sua incertezza.

“Con lei non è mai stato così”.

Vagavo tra l’idea che questa fosse la tua frase ad effetto, con cui ti facevi strada nel cuore e tra le cosce delle donne, e la speranza che non fosse così.

E com’è stato, invece, Guido?

So di te quello che gli altri non sanno.

Le ore condivise, per esempio.

Tranquillo. Non preoccuparti. Tra amanti è così, niente d’ufficiale, nessuno ne saprà mai nulla.

Solo io e te. Ci pensi? Ma io dirò, a quelli che si nascondono sotto il drappo, di fare in fretta.

Di fare ciò che devono anche con i ricordi. Nessun segreto condiviso, il mare, il sudore, il filo dell’orizzonte. Nessun ricordo.

Tozeur è un posto unico. Ha a che fare con i sogni, le proiezioni.

Alcune rughe già mi segnano la fronte. Stamattina mi sono sorpresa a contarle, allo specchio. Ho schiacciato i palmi delle mani lì dove vedevo la mia faccia. Tutto è ritornato perfetto.

Stasera, nella contrazione della noia, il mio viso aveva già i segni del suo morire. So bene che mi farò bastare la mia, di morte.

Tra la gente che sfolla verso la sala dove è allestito il catering, tra le persone che quasi si spingono, la vedo.

Un po’ curva, elegante, i capelli di quel biondo che hanno le signore della buona borghesia. Sorride col sorriso da cerimonia che conosco bene. Assomiglia un po’ al tuo sorriso, ma all’inizio non vedevo, non capivo.

Gli occhi fanno quello che possono, canta Ligabue.

Mi avvicino lentamente, la sento parlare della laurea di suo figlio, nella sala grande dell’Ateneo, con l’ansia sentimentale delle mamme.

Ha chiuso la sua vita dietro un cancello di ferro, lo so.

Ha allontanato da sé i dubbi e le domande. Ti possiede, Guido, sa di te cose che io non saprò mai. Le vostre ore condivise. Tu e lei.

La saluto appena incrocio il suo sguardo. Come fa? Ho messo bombe e munizioni, dietro quel cancello. Lei se ne sta accovacciata ad attendere, perché l’impalcatura non crolli, il sogno non si incrini. Difende la sua roba. Vorrei dirle che non entrerò. Che ho capito quanto sarebbe inutile, perchè io non voglio possedere nessuno.

Dice: “Natale è il momento giusto per ritrovarsi”.

Sento la nausea salire lentamente dallo stomaco. Quante volte ancora dovrò avvertire questa cosa?

Mi rivedo bambina, alle feste dei grandi. Smarrita, sperduta, in un tormento quasi dolce.

Non è vero. Non ho micce, né detonatori, non per te, almeno. Non supererò alcun limite.

Il cancello resterà chiuso.

Ora mi guarda.

Cos’è che sai, penso, dell’uomo con cui condividi la vita? Cos’è, vivere assieme a qualcuno, imparare i suoi gesti, la sua annoiata furbizia?

Conosco tutte le sue storie, quelle di quando ancora diceva di amarti. Sto dietro ad una porta discosta, osservo. Le sentinelle non tossiscono nemmeno, stanno molto attente.

Il tuo sguardo mi penetra. Sicuramente tu sai. Ma stà tranquilla.

Nel cuore ho un lago gelato.

Eravamo così: una dentro all’altro. La radice del tuo essere affondava dentro le mie mani. Ti tenevo. Avremmo potuto tenerci così tutta la vita.

Mi piaceva anche la tua stanchezza. Questo tuo condurmi lungo la via dell’assoluto per poi dirmi: no, calma, bisogna credere alle cose solo un po’. C’è l’acqua, vedi, c’è il mare. E poi c’è il resto.

Cos’era il resto? Noi? Oppure solo io?

Qualcosa avanzerà ancora un po’, scivolerà lungo i viottoli bui, tenderà tranelli ed inganni.

Schiaccerà l’erba, in un flusso inarrestabile. State attenti, bene in guardia, perché la vita ci canzona tutti.

Ho preso un piccolo bagaglio a mano, vi ho messo dentro l’essenziale.

Niente che riguardi te, Guido.

Sul depliant c’era una donna di colore nel vestito tradizionale. Il sorriso aperto, accogliente, un “welcome” le usciva dalle labbra in un fumetto. Figurarsi.

Sei stato per un po’ come la donna della foto.
Materna.
Proprio tu, con le tue dita nervose, il tuo sesso emozionato e distratto, le tue labbra da masticatore di verità.

Ma hai fatto solo finta di aprire le braccia e dire: ‘piccola, vieni qui’.

“Natale è il momento giusto per ritrovarsi”.

Il dirigente stasera ha avuto belle parole, per me. Ho prodotto buoni risultati, non ho deluso le attese.

Per il trasferimento non ci sono problemi, mi ha detto. Flora mi ha regalato la sua vecchia sim.

L’ho caricata, ho registrato tutti i numeri della vecchia rubrica. Uno, due, tre.

Ho cancellato il tuo nome, il tuo numero. Come se bastasse. Ma io voglio dimenticare.

Andare a Tozeur.

Forse Tozeur no. Piuttosto un luogo reale, dove i treni ci sono davvero e partono, ed arrivano a destinazione, sotto nuvole vere e non di cartone.

Mi dirigo verso l’uscita, dopo aver salutato Mario, tutto il team di lavoro.

Mi mancherà il mare. Le tue narici dilatate, Guido, nello sforzo dell’amore. Tremavo, nel riceverti.

Fa freddo, fuori. Un freddo che mi squarcia i polmoni. Conto i miei passi, fino alla macchina.

Sentirò da lontano, improvvisamente, il sordo fragore dell’esplosione. Vedrò volare intorno a me i brandelli della mia vita. Le cose che so di te, Guido, in mille pezzi.

Roba che non mi interessa più.

Erano lì per me, sotto il drappo rosso, nauseati dall’odore delle tartine, dalla retorica del Natale.

Mi aspettavano, silenziosi, con un giusto sorriso stampato agli angoli della bocca.

Tutto qui.

Allungo il passo, stordita, cerco le chiavi nella mia borsa senza fondo.

Non morirò. Si staccherà un cantabile, bello come un innamoramento, come una storia che mi era tanto piaciuta.

Mi vedrà lì, immobile tra le macerie.

Sopravvissuta per intero e niente mezzo e mezzo, niente che sia come dicevi tu, Guido.

Bello come un cantabile.

Bello.

postato da: tullia65 alle ore 18:06 | link | commenti (20)
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martedì, 04 novembre 2008

Passato

passato

La desinenza di un verbo.
Questo solo, in fondo.

Di certo non vedeva
i segni del suo
vagabondare,

la traccia di sorrisi nelle rughe,
il tempo immobile
come un carnevale

l'avanzare e l'arretrare,
il cambio di maschera
e di ruoli,

un minuetto ordinato
in cui tutto era solo
passato.
postato da: tullia65 alle ore 18:15 | link | commenti (16)
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"La spiritualita' è il sognatore che si è risvegliato da tutti i suoi sogni". tulliabartolini@virgilio.it

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