mercoledì, 28 gennaio 2009

Anne e Margot Frank

anna_frank_art
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lunedì, 26 gennaio 2009


harvey milk















Poi, per un attimo, ha aperto gli occhi, mi ha guardato, e li ha richiusi con dolore. Ho visto le sue ciglia fremere e ha emesso un gemito come non ho mai sentito provenire dalla bocca di un uomo. Ha ripetuto il mio nome, ancora e ancora e ancora.
...Il mio sguardo è caduto sulle palme delle loro mani...
Erano blu, trasparenti per il freddo, e incredibilmente somiglianti.

Avevano entrambi dita lunghe e belle; lunghe, sottili e fragili.

          
D.Grossman
postato da: tullia65 alle ore 19:20 | link | commenti (9)
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sabato, 24 gennaio 2009


f.k.- In due si sente piu' abbandonato che solo.
Quando è con qualcuno, questo secondo allunga le mani su di lui ed egli cade in suo possesso senza poter reagire.
Quando è solo tutta l'umanita' allunga le sue mani verso di lui, ma le innumerevoli braccia tese si aggrovigliano tra loro e nessuno lo raggiunge.

- Il solo negativo, per forte che sia, non puo' bastare, come credo nei miei periodi piu' infelici.
Quando infatti mi sono innalzato anche di un piccolo gradino, quando mi sento in una sia pure molto problematica sicurezza, mi distendo ed aspetto finche' il negativo - non già mi segua salendo - ma mi tiri giu' dal piccolo gradino.
E' quindi un istinto di difesa quello che non tollera che si formi il piu' piccolo agio durevole e, per esempio, frantuma il letto nuziale ancor prima che sia rizzato.

F.Kafka, Diari., pag.603.
postato da: tullia65 alle ore 13:02 | link | commenti (29)
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venerdì, 23 gennaio 2009

Verso Amsterdam. A proposito di un libro di poesie.


restare

 

Mi va di rimanerci

nelle tue poesie

le leggo e le riprendo

con commossa emozione

di parole corrispondenti

di sentimenti veri

ed il ritrovo mi consola.

 

Come una carezza

sono belli i tuoi versi

coraggio di ascoltarsi

meno soli.

 

Rifugio di una gioia

che sa e avvisa

il dolore

incontaminato,

specie quando ti lasci

andare all’abbraccio

e non ti interessa più

il duro linguaggio

di restituire le botte

di fare udienza alla violenza.

 

Con colpi d’ali

risali l’abisso

lo squarci con immagini

nuove, di viva passione:

“l’odore dell’acqua

mangiava le tempie…”

dici, visione straordinaria.

 

rita bagnoli

 

 

27.12.2008

postato da: tullia65 alle ore 19:19 | link | commenti (9)
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lunedì, 19 gennaio 2009

Era l'alba


monica silva

Le è venuta in mente la finestra.
Le imposte di un'altra casa, che è stata la sua.

S'affacciava sulla stradina laterale.
Era lì, quella volta che aveva capito, ed aveva deciso.
Affacciata sul buio della notte.
L'abbaiare dei cani. La brace della sigaretta che il vento serale consumava piu' in fretta.
Era ancora tutto tranquillo ed era ancora tutto lì, dove doveva essere.

Da quella finestra lo aveva visto andar via, una domenica mattina.
Andava a mettere a posto i suoi conti, che non tornavano più.
Glielo aveva detto, che non lo amava. Che aveva smesso, che un altro s'era incuneato in quella loro vita matrimoniale piena di vuoti, di crepacci, di silenzi.

S'era inginocchiato, piangendo. L'aveva guardata a lungo, implorante.
I bambini dormivano, al piano di sopra.

Era andato via una domenica mattina nella nebbia, e lei era rimasta lì, a guardarlo, senza trovare il coraggio di fermarlo. Mettere a posto i cocci rotti: si poteva tentare, avrebbe potuto, se non si fosse sentita così stanca, ed in debito.

S'era messa a stirare.
I lembi d'una tovaglia, spiegati e richiusi in una piega perfetta.
Una camicina del maschietto, che ancora dormiva.
Il vento bussava sui vetri, ma lei guardava le onde del tessuto spianarsi, diventare nulla.

La verita' era stata detta. La realta' di quel suo non amarlo piu'. Di quel volergli bene e nient'altro.
Anche la verita' su un altro nome,  perche' non fosse piu' un sospetto.

Allora non poteva sapere che non era così.
Che niente si sostituisce, e che la memoria è la sola, vera storia che hai.

D'un tratto ebbe voglia di chiamare l'altro.
Sapeva bene che non avrebbe potuto.
Lo vedeva lì.
Anche lui dietro i vetri d'una finestra di casa.
Un luogo altro, lontano.
Le pareva di sentire la voce calda di lei, chiamarlo dall'altra stanza perche' la raggiungesse.

La voce era dolce, ancora assonnata.

Era l'alba.
postato da: tullia65 alle ore 21:33 | link | commenti (35)
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mercoledì, 14 gennaio 2009

L'assente


donna con bicchiere

Non bella, nè alta, non aveva particolari attrattive.
Portava un nome esotico, regalo di un viaggio fatto da suo padre prima di sposare la mamma.
Aveva grandi occhi azzurri, voraci.
La voce era intensa, piena di graffi e di rotture improvvise.
Le buone letture, la solitudine, l'avevano temprata.
Qualche amore andato a male le aveva fatto capire il valore dell'inconciliabile.
Gli uomini le erano sempre piaciuti, e molto.
Di ognuno, bello, brutto, si divertiva ad immaginarlo nel momento in cui gli avrebbe fatto l'amore.
Immaginava il modo, le parole, il loro lamento.
Ed ognuno di loro era diverso, ogni volta. Ogni volta era tutto e poi piu' nulla.
Con l'esperienza aveva capito di essere attratta solo dai passionali.
Da quelli, cioe', che mettono impegno in tutte le imprese, per non amarne mai veramente nessuna.
Da donna esperta aveva anche capito che con uomini così non sarebbe mai stata felice.
Eccolo, il valore dell'inconciliabile.
Aveva così appreso l'arte di prendere, senza restare.
Non c'era bisogno di grandi opere di seduzione.
In realta', la sedotta era lei, tutte le volte.
Da uno sguardo intenso, da un corpo piccolo ma muscoloso, da un certo modo di parlare.
Sapeva iniziare e portare avanti i discorsi piu' leggeri del mondo, quelli che tanto attraggono gli uomini. D'altronde, non era donna da relazioni durature, nel tempo ne aveva maturato un sacro terrore.
Mentre parlava, li vedeva farsi piu' attenti.
La profondita' del loro sguardo aumentava in accordo con l'evasivita' di lei.
Anche a letto - che poi l'approdo era sempre lo stesso - , la loro eccitazione era in sintonia con l'aridita' dei suoi baci.
La transitorieta' della situazione rendeva le cose eccitanti.
E giuste, senza inganni o parole di troppo.
Dire che, chi la conosceva bene, poteva parlarne come di una sentimentale, per giunta anche sensibile.
Cos'era accaduto, dunque, se non uno scollamento da se stessa, dinanzi alla cruda verita' delle cose?
Aveva imparato un metodo, tutto qui.
Un sistema assai semplice che le consentiva di prendere cio' che, altrimenti, non avrebbe saputo avere.
Certo, rinunciava a restare. Ma le cose hanno un inizio ed una fine, tutte.
E dunque...
L'essere umano ama solo cio' che non ha, a lei accadeva la stessa cosa.
Così, nell'inconciliabile, aveva trovato una strada, che proseguiva lungo un crinale stretto.
Che le consentiva di esserci.
A modo suo, certamente.
Come tutti.
Se ne stava dunque al centro. Con i suoi occhi rapaci, la voce rotta e lui, lì, catturato dalla forza centrifuga della sua assenza.
postato da: tullia65 alle ore 20:46 | link | commenti (49)
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venerdì, 09 gennaio 2009

A Mary



budapestCi siamo incontrate, poi perse. Capite, magari non sempre.
Ognuna col suo sogno, con tutti gli inciampi.
A Roma ero io che ti facevo delle foto con la mia Praktica manuale, ricordi?
Sei seduta sui tubi delle impalcature di Piazza Esedra.
Bei tempi, quelli.
Era ancora tutto da fare.
Poi ho abdicato anche alla passione per la fotografia, non so nemmeno bene perche'. La tenace sei sempre stata tu.

Star sola a Milano, costruirsi un percorso, deve essere stato difficile.
Ma ce l'hai fatta.
L'ultima volta che sono venuta da te sono stata bene. Perfino i balli nella chiesa sconsacrata mi sono piaciuti, ed il trucco sugli occhi (farsi belle per chi?), con tutte le scemenze e i bicchieri di troppo.
Sai Mary, c'è un ordine, nelle tue parole, che mi rende tranquilla.
Prima o poi dovevo dirtelo.
D'altronde, mi conosci. Conosci tutti i miei errori, di cui mi vergogno, di cui tu puoi sorridere. Non siamo perfette, dopotutto. Ma siamo noi, siamo amiche, e va bene così.



(Dedicato all'autrice della foto, che è soprattutto un'amica, MARIA RITA FALLARINO)
postato da: tullia65 alle ore 22:57 | link | commenti (12)
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mercoledì, 07 gennaio 2009

M.Y.


g.frick

Aveva superato abbondantemente la trentina, quando la incontro'.
Alta, ossuta, il volto spigoloso ma affascinante.
Lei aveva, al contrario, un viso morbido, pigro: grandi guance, labbra carnose.
Abdico' alle passioni, si nascose dentro la gelosia di lei, vi si accuccio'.
Veniva fuori, assai malconcia, da una relazione con un bellissimo omosessuale che le aveva ispirato uno dei suoi testi piu' passionali: 'Fuochi'.
Lui la trovava intelligente, ma brutta.
Lei no, lei s'era proprio innamorata di quel dio, di cui adorava la voce, le mani, il nome perfino.
Con Grace partì alla volta dell'America. D'altronde, era 'pellegrina e straniera', come suo padre.
Ma non era libera. Aveva troppa paura della solitudine.
Qualsiasi posto era una casa, un punto in cui riposare, mettersi a scrivere, isolato dal resto delle cose.
Grace era lì, la proteggeva, traduceva in inglese i suoi scritti, teneva i rapporti col vicinato.
Per quarant'anni, fu la sua ombra.
Ma vivere con Marguerite non dovette essere facile.
Avevano imparato, nel giardino della casa di Mount Desert, a classificare le piante, a riconoscere il suono degli uccelli. Lei, chiusa in grandi scialli, scriveva in preda ad una febbre. Separata dagli altri nel suo mondo che sempre era inaccessibile.
La chiamavano 'il monumento'.
In uno di quegli scialli fu avvolta la cassetta contenente le sue ceneri.
Così va la vita.
Marguerite era buddhista, praticava la meditazione.
Odiava il clamore del mondo, anche quando - in tutto il mondo - si discuteva delle sue 'Memorie di Adriano'.
In realta' si difendeva così, dall' insidia dell'altro: sfuggendo.
Il suo cuore non era cambiato. Era quello di tanti anni prima: facile alle passioni.
Fino a trentacinque anni, e fino al quell'uomo che l'aveva stravolta, la sua vita era stata una girandola di incontri, soprattutto sessuali, senza senso e senza seguito.
Grace l'aveva salvata.
Quando esalo' l'ultimo respiro, Marguerite aprì la finestra, perche' il suo spirito potesse andar via, libero finalmente.
Le sopravvisse per alcuni anni, durante i quali amo' un giovane fotografo omosessuale. Una copia dell'amore irrisolto della sua giovinezza, che adorava la sua grande mente, ma la umiliava.
Grace glielo aveva detto: l'amore distrugge, se ami.
Insieme viaggiarono in Africa ed in Europa.
Lei aveva ottant'anni, lui trentacinque, ma gli sopravvisse.
Di poco: la fredda, algida Marguerite s'era ammalata di cuore.
Non c'era stata piu' Grace a proteggerla dai 'fuochi'.
'Non cadrò', aveva scritto tanto tempo prima, illudendosi.
'Ho raggiunto il centro. Ascolto il pulsare di chissa' quale orologio divino...come di notte, talvolta, si è accanto ad un cuore'.
postato da: tullia65 alle ore 20:35 | link | commenti (35)
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venerdì, 02 gennaio 2009


falo

La fiamma le arrossava le guance.
Danzava alta, indomita, perfino sotto la pioggia sottile che iniziava a cadere.
A mezzanotte precisa avrebbero gettato scaramanticamente i loro bigliettini nel fuoco.
Bisogna scriverci cosa non desideravano che ci fosse mai piu', nell'anno che sarebbe arrivato.
Dietro di loro c'era un rincorrersi di vicoli, avanti a loro fuochi che iniziavano ad esplodere lungo la costa, come piccoli incendi.
Un grande albero secolare si contorceva tra tutte quelle persone, che cercavano di riscaldarsi accanto al falo'.
Ombre che rincorrevano ombre, come la sua.
Voci dentro le voci, molte di loro indistinte, che nemmeno desiderava comprendere, ascoltare veramente.

Era altrove, osservava, senza attendere che l'esplosione delle luci nella tenebra, e le grida eccitate dei bambini incappucciati, che s'inseguivano nella scia delle stelle filanti.
S'era vista nell'ombra allungata del tratto di strada che aveva percorso da sola, per raggiungere gli altri.
S'era sentita bene. Senza nessuno. Senza nemmeno l'attesa di uno sguardo.
La chiesa era stata affrescata durante la seconda guerra mondiale da un tedesco che vi si era nascosto, aiutato dagli abitanti del borgo.
Era piena di madonne dai seni prorompenti e dalle labbra tumide, così femminili da turbare chi vi si recava a pregare.
Vi si scorgeva il desiderio represso del pittore, l'eterna danza della vita, la poesia nella prosa.
E la solitudine.

Lei seguiva tra le fiamme la direzione della luce, l'inganno d'un guizzo di fiamma, le schegge luminose che si perdevano nel buio.
Pura energia, come l'anima.
Poi inizio' il conto alla rovescia.
Lei frugo' nelle tasche alla ricerca del suo biglietto.
Quando il grido si levo' e s'intono' la tamurriata, lei getto' quel foglio nella fiamma, sorridendo.
C'era scritta una piccola cosa, che non era un nome di uomo, e nemmeno un dolore, o il senso di un disinganno.
C'era scritto che non voleva piu' avere paura.
Paura di cio' che lei era.
Paura di sè.
postato da: tullia65 alle ore 21:41 | link | commenti (36)
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Utente: tullia65
Nome: Tullia Bartolini
"La spiritualita' è il sognatore che si è risvegliato da tutti i suoi sogni". tulliabartolini@virgilio.it

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